In Primo Piano
IL 23 GIUGNO SI E' TENUTA PRESSO PALAZZO VENEZIA L'INAUGURAZIONE DEL PADIGLIONE ITALIA DELLA 54a BIENNALE D'ARTE CONTEMPORANEA DI VENEZIA.
L'ULISSE GALLERY E' STATA INVITATA A PARTECIPARE CON LA PRESENZA DI CINQUE SUOI ARTISTI.
GIANFRANCO GOBERTI,
nato a Ferrara il 19 novembre 1939 Esordisce nel panorama artistico italiano negli anni sessanta con riferimenti a Picasso e a Bacon. La sua ricerca si collocava a metà tra nuova figurazione e espressionismo astratto. Poi inserisce i suoi personaggi in ambienti domestici, dove compaiono elementi che ciclicamente ritornano nella sua produzione: lo specchio, la poltrona, la camicia. In seguito la figura lascia spazio agli oggetti e le poltrone a righe iniziano ad inscenare con gli specchi un gioco di riflessi. È il primo periodo optical figurativo, iniziato alla fine degli anni Sessanta. Nel 1980, su segnalazione di Gillo Dorfles, viene selezionato dal Catalogo Nazionale d'Arte Bolaffi (no. 15) assieme a Giulio Paolini, Valerio Adami, Lucio Bulgarelli e Mimmo Paladino. Sue opere sono state pubblicate in varie edizioni del Catalogo Nazionale d'Arte Moderna Bolaffi: 1972 (pag. 165), 1973 (pag. 112), 1979 (pag. 140), 1981 (pag. 133), 1982 (pag. 303). Ha partecipato alla Fiera Internazionale di Bilbao, alla Quadriennale d'Arte di Roma, Rassegna Premio S. Fedele (Milano), Arte Fiera (Bologna), Altissima (Torino), Expo Arte (Bari), ArteExpo (Barcellona), LineArt (Gand), "La Venere svelata - La Venere di Urbino di Tiziano" (Bruxelles, Palais des Beaux-Arts, 10/10/2003-11/01/2004, Festival Internazionale EUROPALIA).
"Come Domenico Gnoli, Goberti riproduce con meticolosa precisione le trame strutturali di oggetti d’uso comune, riuscendo quasi in esiti più realistici nella resa dell’irregolarità della materia di quanto non facesse lo stesso Gnoli."
Vittorio Sgarbi
"Gianfranco Goberti instaura la continuità della vita attraverso i tempi dell'arte. Lui costruisce una mappa del territorio e la mappa stessa diventa territorio. Dipinge colori e linee come un cartografo disegna un paese. Ogni linea genera lo spazio che la circonda. Un insieme di linee (o un intervallo) ci da l'illusione dello spazio. Ogni variazione di colore ci da una variazione nel ritmo dello spazio."
James Rosen
EMANUELE DILIBERTO
Emanuele Diliberto nasce a Palermo nel 1942. Nel 1963 si trasferisce a Roma dove accosta alla sua esperienza giovanile di giornalista e vignettista quella artistica, partecipando a numerose mostre collettive e personali.
Già agli inizi degli anni ’70 matura la decisione di trasferirsi a Parigi e intraprende una serie di viaggi che lo porteranno a sviluppare dei rapporti con gli Stati Uniti.
Nel 1985 per conto della Municipalità di New York realizza una provocatoria installazione in pieno centro della città.
A lungo tra Milano, Parigi e New York, dove ha conosciuto alcuni tra i più celebri protagonisti delle avanguardie internazionali (Basquiat, Rauschemberg, tra gli altri) e dove ha dato vita ad innumerevoli “personali” con notevoli riscontri di critica e di pubblico, da qualche anno Emanuele Diliberto si è ristabilito a Palermo.
Le sue opere fanno parte di collezioni private di tutto il mondo; un suo grande dipinto si trova nel Palazzo dell'ONU a New York e altri due nei Musei d'Arte Contemporanea di Barcellona e di Miami.
“New York è la città scelta dall’artista non per caso bensì seguendo un impulso che più che culturale sarà di istintiva esigenza di appartenere completamente, anche se per un tempo limitato, a quella società moderna, movimentata, confusionaria eppure così efficiente, possibilista, piena di contraddizioni senza essere contraddittoria. Un fascino unico quello di New York su Diliberto, che lo fa appropriare in breve della capacità di esprimersi enucleandosi dalla realtà, di respirare la stessa aria che ha generato il new dada e la pop-art. Conosce Jean Michel Basquiat nel suo ambiente degradato e innocente al tempo stesso dei quartieri malfamati della città; partecipa di quel mondo, assapora atmosfere e modi di fare, la volontà di esprimere una condizione di bellezza interiore nonostante l’essere ai margini, di vivere e gioire sfidando la società opulenta e conformista della grande metropoli”
Mariastella Margozzi
BRUNO D’ARCEVIA
Bruno Bruni (Arcevia 21 ottobre 1946) nel 1972 scelse di lasciare il proprio cognome per prendere quello della sua terra di origine) è nato in Arcevia (provincia di Ancona) il 21 ottobre 1946.
a Roma. Vive e lavora a Roma.
Dopo le prime esperienze artistiche maturate nell'ambito del "Neo-gestaltismo" o ARTE PROGRAMMATA, periodo nel quale lavora utilizzando laminati plastici, alla fine degli anni Sessanta inizia un genere di pittura che lo ha portato a ripercorrere a ritroso il corso della storia dell'arte italiana, in evidente contrasto con la "logica" dell'Avanguardia.
Guarda al Pontormo, Rosso Fiorentino, Andrea Del Sarto.
Tra il 1982 e il 1983, dà vita insieme al critico Giuseppe Gatti al movimento della Nuova Maniera Italiana.
Già nel 1986 il movimento ottiene un concreto riconoscimento istituzionale alla XI Quadriennale d'Arte di Roma, disponendo di una intera sezione (Arte come storia dell'Arte). In occasione della XII Quadriennale d'Arte di Roma, Bruno d'Arcevia è inserito nella rassegna "Profili (Italia 1950 - 1990)" come uno dei 33 capiscuola italiani del secondo dopoguerra.
Approda, con una serie di mostre, negli Stati Uniti: nel 1988-1990 Mayer Schwarz Gallery, Beverly Hills, Los Angeles in California;
dal 1993 alla Koplin Gallery, Santa Monica, California e dal 1996 presso la Caldwell Snyder Galley, West Brodway (New York) e San Francisco (California) con la mostra "The new Italian Manner".
Nella chiesa di San Francesco di Paola e San Rocco, a Pizzo Calabro, realizza per la navata e nell'abside, una serie di nove dipinti, ognuno di 430x 200 cm. circa.
“Nella storia dell'arte di fine secolo in effetti la vicenda di Bruno Bruni è esemplare e significativa, segnando una vita d'artista, come si può pensare che sia o debba essere una vita d'artista. Romantico e alternativo. Radicato e avventuroso. Classico e sperimentale. Creativo e coerente. Elitario e vicino alla gente. Uno, insomma, mentre continua a conversare amabilmente, lascia allibiti osti e grandi chef, direttori di musei e grandi galleristi , quando si mette a creare, con gesto continuo e senza staccare mai la matita o la penna dal frontespizio di un catalogo o dalla tovaglia del ristorante, disegni che sono capolavori da incorniciare subito. Uno che affronta con la stesso piglio ed unità di risultato poetico, un piccolo dipinto e tele enormi. Facendo poi sempre coincidere perfezione formale e ragioni del racconto.”
Carlo Emanuele Bugatti
(direttore del Musinf, museo comunale d'arte
moderna e della fotografia di Senigallia)
MIKEL GJOKAJ
Mikel Gjokaj nasce l’11 novembre 1946 a Krusheve, un piccolo villaggio del Kosovo.
Nel Kosovo, ombelico dei Balcani, la luce che si accende nei cieli è una luce rosa che con il passare delle ore si fa sempre più rossa e violenta fino a diventare blu cobalto, viola, violetto scuro. Qui ha inizio l’Oriente e Mikel Gjokaj non ha mai dimenticato nei suoi paesaggi evocativi, i colori e i cieli della sua terra.
I paesaggi di Gjokaj sono luoghi idilliaci, collocati per l’appunto in un’atmosfera sospesa e senza tempo, frutto del ricordo. La sua tavolozza, ricca e materica, si accende di sfumature prepotenti ed assolute.
Forme e colori, intrecciati, reinventati, a creare una realtà sospesa nel tempo e di grandissima suggestione, costruiti da densa materia pittorica, infinite varianti di blu prussia, oltremare, cobalto e poi rosso cadmio, verde, azzurrino che trascolora in un viola più corposo. A cominciare dagli anni ‘80, la tavolozza di Giokaj si arricchisce di colori più baldanzosi e disposti con un senso drammatico del contrasto, della sorpresa, della dialettica serrata. Negli ultimi quindici anni la poetica di Gjokaj si definisce una volta per tutte, la tavolozza si fa più luminosa, i colori si fanno delicati come acquarelli.
Il maestro Gjokaj è un pittore di grande spessore artistico, molto conosciuto ed apprezzato negli ambienti capitolini e all'estero. Ha esposto in molte gallerie d'arte, da Taiwan a Parigi, da Tokio al Lussemburgo, passando per Cuba e Ljubliana, non ultima l’importante antologica tenuta a Roma , presso Il Complesso del Vittoriano 11 settembre-10 ottobre 2010, con la pubblicazione del catalogo edito da Skira.
“Da molti decenni lontano dalle dinamiche politiche e sociali del Kosovo, Gjokaj, nelle sue opere, pare nutrire una forte nostalgia per la sua terra d'origine. I suoi quadri raffigurano infatti paesaggi evocativi e sentimentali. La sua pittura è fatta di "dolci esplosioni che fanno fiorire la tela, come se i suoi paesaggi fossero campi arati e coltivati con miscugli di semi senza nome"
(Marco Tonelli – Caratteri, ndr).
GIORGIO GALLI
Giorgio Galli nasce a Roma nel 1958. Fin da giovanissimo frequenta l’ambiente artistico romano, conosce Schifano, Angeli, Festa, ma al contrario dei giovani della Scuola di Piazza del Popolo, più orientati verso una figurazione pop, riscopre i metodi artistici degli antichi.
Studia così le antiche tecniche dell’affresco e dell’encausto recuperandole alla nostra sensibilità attuale. L’Arte di Giorgio Galli si sviluppa poi con l’osservazione dei grandi maestri dell’informale italiano ed internazionale, guarda a Tàpies ma anche all’italiano Giuseppe Uncini, con uno sguardo rivolto al New Dada di Rauschenberg che con i suoi Combine Paintings recupera l’ Object Trouvèe nobilitandolo ad opera d’arte.
Recupera così oggetti di scarto come vecchie dinamo, fiori appassiti, fili di ferro arrugginiti applicandoli su tavole dal fondo monocromo composte da miscele di gesso, cenere, olio, pastelli e matite su tamburato in cui spiccano croci, frecce, graffiti, zone ricurve come anse, archetipi di un linguaggio arcaico e tribale conosciuto e registrato nei suoi molteplici viaggi nel continente africano. L’obiettivo del pittore è quello di mettere in dubbio alcune certezze e trasmettere dubbi alla popolazione perché si parli di temi importanti . Vi è nelle opere dell’artista genzanese un pathos , una tensione emozionale difficile da dimenticare perché ci si perde dentro i ricordi.
La storia è da sempre l’interesse principale di Giorgio Galli, storie di denuncia sociale, una chiamata etica al valore della rappresentazione di una realtà sofferta, una scelta di parte sia nella scelta dei temi che in quella dei colori e delle tecniche in cui dal corpo spesso e morbido della superficie emerge talvolta una luminosità di fondo, segnali di una speranza e di un rinnovamento dell’animo umano. La scelta di Galli di rinunciare a seguire un trend più facile ed accattivante, spesso più facilmente mercificabile qual è quello di un figurativo anche rivisitato, denuncia una forza interiore e una determinazione non comuni.
La pittura diventa così lo spazio di una ritualità che trae origini dalla memoria, dai personaggi conosciuti nel suo peregrinare per il mondo, tracce spesso drammatiche, segnali superstiti di un’umanità ormai estinta. Un implacabile e affascinante attraversamento di spazi, luoghi, tempi suggerito da scritte poetiche che ci invitano alla lettura,che ci indicano percorsi interpretativi. Ma di Giorgio è difficile interpretarne i lavori. L’artista rimane ed è chiuso in sé stesso con il suo dolore lasciando parlare solamente i suoi muri composti di cemento ed intrisi di storia e materia.